Raccontare la propria vita: una guida pratica
Vorrei scrivere la storia della mia vita, o aiutare mia madre a scrivere la sua, ma non so da dove cominciare.
Chi decide di raccontare la propria vita di solito si blocca alla prima pagina. Non per mancanza di storie: per eccesso. Settanta o ottant’anni sono troppi per stare in un inizio, e la domanda «da dove parto?» finisce per non avere risposta. Il quaderno resta bianco, e la colpa sembra della memoria o della scrittura. Non è di nessuna delle due.
Il problema è il metodo. Una vita non si scrive dall’inizio alla fine, come un romanzo. Si scrive a pezzi, una storia alla volta, e solo alla fine si mette in ordine. Questa guida vale per chi vuole scrivere la propria biografia da solo e per chi vuole aiutare un genitore a farlo. I passi sono gli stessi.
Raccontare la propria vita non vuol dire scrivere un’autobiografia
La parola «autobiografia» spaventa, perché fa pensare a un libro vero, con uno stile, una trama, un editore. Quello che serve è molto meno, e molto più utile: una raccolta di storie vere, scritte in modo semplice, che chi viene dopo possa leggere.
Non devi essere uno scrittore. I testi che i nipoti rileggono volentieri sono quelli che suonano come la persona che li ha scritti, con i suoi modi di dire, i suoi errori, le sue parole in dialetto. Una pagina corretta e levigata da qualcun altro perde proprio questo.
Non devi raccontare tutto. Una vita raccontata in cinquanta episodi ben scelti dice di più di una cronaca completa anno per anno. Nessuno legge una cronaca.
Non devi raccontare in ordine. Puoi cominciare dal matrimonio, poi passare alla scuola elementare, poi al primo lavoro. L’ordine si sistema alla fine, se serve.
Primo passo: una mappa, non un indice
Prima di scrivere una riga, prendi un foglio grande e dividilo in periodi. Una divisione semplice funziona meglio di una precisa:
- l’infanzia e la casa dove sei cresciuto
- la scuola e l’adolescenza
- il lavoro
- l’amore e il matrimonio
- i figli
- i luoghi dove hai vissuto
- le persone che contano
- quello che hai imparato
Sotto ogni periodo, scrivi solo parole chiave. Non frasi: parole. «Cortile della nonna», «bicicletta rossa», «Torino 1968», «il signor Mario dell’officina». Ogni parola chiave è una storia da scrivere. In un’ora di solito se ne raccolgono più di cinquanta, ed è già la scaletta del libro.
Tieni il foglio a portata di mano per settimane. Le parole chiave continueranno a venire nei momenti più strani: in macchina, la notte, al mercato. Annotale subito.
Secondo passo: le domande giuste
Una parola chiave da sola a volte non basta per cominciare a scrivere. Una domanda sì. «Cortile della nonna» resta lì. «Che cosa succedeva nel cortile della nonna la domenica pomeriggio?» si scrive quasi da sola.
Le domande buone sono piccole e precise. «Com’era la tua giovinezza?» non ha risposta. «Dove andavi a ballare a diciotto anni, e con chi?» ne ha una, e porta con sé tutto il resto.
Se stai aiutando un genitore, le domande sono il tuo strumento principale. Ci sono liste già pronte divise per tema: le domande da fare alla mamma e le domande da fare al papà sulla loro vita, e le domande da fare ai nonni per la generazione prima. Prendine dieci, scrivile ciascuna in cima a una pagina, e hai già un piano di lavoro.
Se scrivi per te, puoi usare le stesse liste rivolgendo le domande a te stesso. Funziona meglio di quanto sembri.
Terzo passo: parlare prima di scrivere
Molte persone raccontano bene a voce e si bloccano davanti al foglio. Se è il tuo caso, o quello di tuo padre o di tua madre, separa le due cose.
Registra. Il registratore del telefono basta. Prendi una domanda, rispondi a voce come se la raccontassi a un amico, senza fermarti. Dieci minuti a storia sono sufficienti.
Poi trascrivi. Riascolta e metti per iscritto, tenendo le parole come sono state dette. Taglia le ripetizioni, sistema la punteggiatura, ma non riscrivere. La voce deve restare quella.
Se aiuti un genitore, fai tu la parte noiosa. Lui o lei racconta, tu registri e trascrivi. Poi gli porti la pagina scritta e gliela fai rileggere. Spesso, rileggendo, aggiunge dettagli che a voce non erano venuti fuori. È il momento più produttivo di tutto il lavoro.
Un consiglio pratico: non lasciare che le registrazioni si accumulino. Tre ore di audio non trascritto tendono a restare non trascritte per sempre. Meglio una storia registrata e scritta ogni settimana che venti registrate e nessuna scritta.
Quarto passo: scrivere a mano, se si può
C’è una ragione per scrivere almeno una parte a mano, anche nell’epoca del computer: la calligrafia. Fra trent’anni, una pagina scritta a mano da tua madre dirà qualcosa che nessun testo stampato può dire.
Per chi ha difficoltà con la scrittura, qualche accorgimento aiuta:
- una penna comoda, con un’impugnatura grossa e un inchiostro che scorre senza premere
- righe larghe e pagine grandi, così la scrittura non deve rimpicciolirsi
- sessioni brevi: una pagina al giorno è un ritmo che dura mesi, tre pagine al giorno durano una settimana
- una buona luce, che sembra un dettaglio ma fa la differenza dopo i settant’anni
Se la mano si stanca, va benissimo alternare: le storie lunghe a voce, da trascrivere, e le risposte brevi a mano.
Le strade possibili: dal quaderno al biografo
Non c’è una sola strada giusta per scrivere la propria biografia. Dipende da quanto tempo hai, da quanto ti piace scrivere e da che cosa vuoi ottenere alla fine.
Un quaderno. È la scelta più semplice e la più libera. Costa poco, si trova ovunque, e tu decidi le domande. Il limite è che la pagina bianca senza traccia blocca molte persone. Per superarlo, scrivi una domanda in cima a ogni pagina prima di cominciare.
Un libro da compilare. Sono libri con le domande già stampate e lo spazio per rispondere. Tolgono la fatica di decidere da dove partire: si apre una pagina, si legge la domanda, si scrive. Ce ne sono diversi in italiano. Il nostro libro, La storia della tua vita, ha 58 domande in 8 capitoli su 178 pagine, formato 21 x 28 cm, caratteri grandi, in copertina rigida (22,99 €) o flessibile (16,99 €) su Amazon.it. Un’altra serie conosciuta è quella di Elma van Vliet, con titoli come «Nonna, raccontami di te» e «Papà, raccontami di te». Il limite di tutti i libri da compilare è lo stesso: le domande le ha scelte qualcun altro, e lo spazio è quello che è.
Un file sul computer. Comodo per chi scrive volentieri e tanto, e facile da stampare e rilegare alla fine in una copisteria. Si perde la calligrafia, ma si guadagna spazio e la possibilità di correggere.
Un biografo professionista. Esistono persone che fanno questo di mestiere: intervistano, registrano, scrivono e impaginano. È la strada adatta a chi vuole un risultato curato e non ha tempo o voglia di scrivere. Il prezzo varia molto a seconda del lavoro, quindi chiedi un preventivo dettagliato e, se possibile, leggi qualche pagina di un lavoro precedente per capire se il tono ti somiglia. Il limite è che il testo finale avrà, almeno in parte, la voce del biografo.
Le strade si possono anche combinare: un libro da compilare per le risposte brevi, un quaderno per le storie lunghe, qualche registrazione per la voce.
Che cosa fare quando ci si blocca
Succede a tutti, di solito dopo le prime venti pagine.
Cambia periodo. Se l’infanzia non viene più, salta al lavoro. L’ordine non conta.
Torna agli oggetti. Apri un cassetto, un album di foto, una scatola di lettere. Ogni oggetto ha una storia, e raccontare la storia di un oggetto è più facile che raccontare un anno.
Chiedi a qualcun altro. Un fratello, un’amica di vecchia data, un cugino. «Ti ricordi quella volta che…» sblocca la memoria più di qualunque esercizio.
Accetta i buchi. Non ricordare una data o un nome non è un problema. Scrivi «non ricordo l’anno, forse il 1962» e vai avanti. Un racconto onesto con qualche buco vale più di un racconto preciso che non viene mai finito.
Da dove cominciare oggi
Prendi un foglio e scrivi dieci parole chiave della tua vita, o di quella di tuo padre o di tua madre, senza pensarci troppo. Scegline una. Scrivi una pagina, o registra dieci minuti a voce, su quella sola. Domani ne sceglierai un’altra.